martedì 15 gennaio 2013

UCCIDERE IL PADRE di Amélie Nothomb

Un'ambientazione quasi western fa da sfondo allo strano caso di Joe Whip, 15 anni: non sa chi sia suo padre e la sola cosa che gli dà soddisfazione è fare trucchi di magia. Quando sua madre lo mette alla porta, vaga per i bar di Reno intrattenendo i clienti con giochi di prestigio. Norman Terence, il più abile mago della zona, lo accoglie da subito in casa sua e Joe sembra trovare in lui un padre oltre che un mentore. Riuscirà l'allievo a superare il maestro? Un romanzo in forma di partita di poker sentimentale... 

E' stata, Daniela, diversi anni fa, a farmi venire la passione per Amélie Nothomb. E, anche se non ho più occasione di sentirla e di vederla, mi piacerebbe ringraziarla ancora. Il suo fidanzato era francese, e mi passò l'edizione originale di "Stupori e tremori", che mi piacque moltissimo. Da lì ho continuato a leggerla, anche se non sono riuscita a tenere il passo con le sue pubblicazioni (quasi una all'anno, è prolifica quanto Erri De Luca).
Ma di "Uccidere il padre" mi hanno attirato il titolo e la trama.
I libri di Amélie sono molto cerebrali. La loro forza sta nei dialoghi, e nello spazio vuoto che c'è fra essi. La sua scrittura è semplice ma al contempo fulminante, capace di essere minimalista all'ennesima potenza ma allo stesso tempo di creare stimoli per la riflessione e il dubbio.
Quando leggi un suo libro ti poni molte domande, e spesso continui a fartene anche dopo. Sono pensieri che restano. Anche se spesso sono storie minime, parentesi un po' assurde e quasi caricaturali della vita.
Anche in questo caso ci troviamo di fronte a personaggi simbolici, a una scrittura essenziale, parca di aggettivi e barocchismi lessicali (con frasi corte, sincopate). Anche in questo caso il ritmo del narrare è alto, e un piccolo "mistero" viene sciolto durante la trama.

Non rivelerò nulla, ovviamente, per non spoilerare. Dirò solo che, stranamente, in questo caso ci allontaniamo dalle ambientazioni tipiche dei libri di Amélie (il Belgio, la Francia, le isole, o il Giappone) per andare in America. Un America colorata, quella di un paesino vicino a Las Vegas, molto hippy e ronck'n'roll. Lì nasce Joe Whip, un ragazzo dotato di un talento particolare: quello per la magia. E guarda caso, nella stessa città, c'è anche uno dei maghi più riconosciuti a livello mondiale: Norman Terence. Le strade dei due si incroceranno, e Whip diventerà per Terence, suo malgrado, come un figlio... Ma si dice che il figlio, per crescere e viaggiare con le sue forze, deve "uccidere il padre". Anche in questo libro succede, forse, ma in un modo molto originale.
Ho detto che non svelerò il finale, ma posso almeno dire che non mi ha entusiasmato. A differenza infatti degli altri romanzi, ho trovato "Uccidere il padre" un po' inconcludente, con un presunto "colpo di scena" che non soddisfa, anzi, ti fa dire: "Tutto qui? Sul serio?" una volta giunto alla fine.
Insomma, pur essendo una lettura piacevole, questa volta il libro di Amélie Nothomb non mi ha smosso grandi riflessioni. Solo divertito. Un po'. Ma niente di che.

Giudizio da 0 a 5: 3 e mezzo.
Consigliato a chi: ama le storie caustiche, la scrittura piana, senza fronzoli. Ha già letto libri di Amélie Nothomb.
Potresti leggere anche: dell'autrice suggerisco senz'altro "Stupori e tremori", "La metafisica dei tubi" e "Sabotaggio d'amore", per me i più riusciti, dei veri piccoli capolavori.
Curiosità: In "Uccidere il padre" l'autrice "entra nella storia" con un piccolo cammeo. Come al solito ineccepibile la traduzione di Monica Capuani, che sa rendere al meglio la particolare scrittura dell'autrice, in apparenza facile da tradurre... E' uscito da poco, sempre per Voland, la casa editrice dell'autrice in Italia, un volumone che raccoglie alcuni tra i più belli dei suoi libri. Si intitola "Maxi".

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