venerdì 20 luglio 2012

NIENTE di Janne Teller

"Se niente ha senso, è meglio non far niente piuttosto che qualcosa" dichiara un giorno Pierre Anthon, tredici anni. Poi, come il barone rampante, sale su un albero vicino alla scuola. Per dimostrargli che sta sbagliando, i suoi compagni decidono di raccogliere cose che abbiano un significato. All'inizio si tratta di oggetti innocenti: una canna da pesca, un pallone, un paio di sandali, ma presto si fanno prendere la mano, si sfidano, si spingono più in là. Al sacrificio di un adorato criceto seguono un taglio di capelli, un certificato di adozione, la bara di un bambino, l'indice di una mano che suonava la chitarra come i Beatles. Richieste sempre più angosciose, rese vincolanti dalla legge del gruppo. È ancora la ricerca del senso della vita? O è una vendetta per aver dovuto sacrificare qualcosa a cui si teneva davvero? Abbandonati a se stessi, nella totale inesistenza degli adulti e delle loro leggi, gli adolescenti si trascinano a vicenda in un'escalation d'orrore. E quando i media si accorgono del caso, mettendo sottosopra la cittadina, il progetto precipita verso la sua fatale conclusione. Il romanzo mette in scena follia e fanatismo, perversione e fragilità, paura e speranza. Ma soprattutto sfida il lettore adulto a ritrovare in sé l'innocente crudeltà dell'adolescenza, fatta di assenza di compromessi, coraggio provocatorio e commovente brutalità.


Un romanzo provocatorio, controcorrente, che fa riflettere. Più che la scrittura - asciutta, chirurgica - o lo stile - senza orpelli, liscio e ad effetto natural - qui a far da padrona è l’idea, la trama, del tutto nuova e originale. Una trama che scivola appena appena nel torbido, ma senza indugiare, per aggiungere un po’ di verosimiglianza al racconto. Questo libro mi ha ricordato “Dei bambini non si sa niente” di Simona Vinci, libro che ho letto molto tempo fa di cui riecheggia alcuni stilemi - i bambini non come amebe nonpensanti, o come frutti acerbi, ma come un mondo a sé governato da regole ben precise, dove il bene e il male si mescolano, l’odio e l’amore diventano intensi, eccessivi, e governano le azioni. 
La storia è questa: al ritorno dalle vacanze, un ragazzino delle medie (suppergiù tredici anni, siamo in una classe Settima in Danimarca) decide che nulla ha senso, che la vita non ha senso, e perciò non vale la pena sprecare risorse, ma basta riposarsi e stare a guardare ciò che succede: un’eterna girandola uguale per tutti. Decide così, come il barone rampante di Calviniana memoria, di salire su un albero di prugne e, da lì, bersagliare i suoi ex compagni di classe di frutti maturi e di sentenze per creare nuovi proseliti. A poco a poco la sua filosofia comincia a contagiare i ragazzi, come un virus che si espande. La classe si riunisce e decide che va trovata una cura. La prima scelta è quella della violenza: scelgono di colpire a sassate il loro compagno finché non la smetterà di sputare sentenze fastidiose e non scenderà dall’albero. Ma la violenza non sortisce l’effetto voluto. Il ragazzino va a casa per qualche giorno ma poi torna ad arrampicarsi sul suo albero ritorto e a declamare sentenze. 
Altro conciliabolo della classe che porta a questa conclusione: bisogna trovare il significato della vita, farlo conoscere al compagno isolato, convincerlo che l’esistenza ha un senso e quindi farlo scendere dall’albero per fargliela vivere.
Ciascun ragazzino parte alla ricerca di oggetti che hanno un significato. La prima raccolta è dai vecchi del paese: veli da sposa, collanine di mariti defunti, fotografie, rose rinsecchite… Ma questo minestrone di “significato” sembra non essere abbastanza per far scendere il ragazzino che continua a deridere i compagni e a sparare le sue sferzate. Così i ragazzi cominciano a produrre i loro oggetti di significato. Il “gioco” funziona così: il primo ragazzino sceglie che cosa il suo amico deve devolvere per la catasta del significato. Chi ha donato il proprio oggetto sceglie cosa deve dare il prossimo e così via. Si comincia da oggetti significativi ma con un’importanza relativa: le prime scarpe con il tacco regalate a natale, la prima bicicletta, fino ad arrivare, in un’escalation collettiva, all’innocenza di Sofie, al tappeto da preghiera di Hussein, al crocifisso del Santo, alla bara del fratellino morto per malattia, alla testa di una cagnolina, al dito indice di Joan che con quello suona la chitarra meglio di tutti… Ma dopo il dito mozzato gli adulti scoprono il gioco freddo e perverso dei bambini e… E non vi dico cosa succede. 
E’ un libro speciale, che vale la pena leggere. Un po’ come “Il signore delle mosche”, è un libro che vuole far riflettere, dare delle chiavi per capire la vita e se stessi. Una volta finita la lettura la testa continuerà ad elaborare… A ricamare sulle suggestioni date. 
Una storia che non dimenticherete facilmente.

Giudizio da 0 a 5: 4.
Consigliato a chi: cerca un libro su cui riflettere, breve, intenso e duro come un pugno nello stomaco. 
Curiosità: nella prima aletta del volume si legge che alcune scuole, biblioteche e librai hanno bandito il libro… Una reazione stupida. Il romanzo non crea proseliti, solo riflessioni. 



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